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Abbraccio e oncologia: dove conta davvero

Il 21 di gennaio ricorre la giornata internazionale dell'abbraccio

In oncologia l’abbraccio trova spazio nei momenti a più alta densità emotiva: al momento della diagnosi, davanti a una recidiva, quando una TAC non è come speravamo, quando una terapia finisce o quando, più dolorosamente, una terapia non può più iniziare. Sono passaggi in cui le parole diventano fragili, inadeguate, talvolta persino superflue, mentre il gesto resta stabile, comprensibile, immediato. Per questo l’abbraccio, in medicina, non è retorica. Non è un simbolo né un vezzo sentimentale, ma un intervento biologico a basso costo e ad alto impatto. Il contatto umano riduce i livelli di cortisolo, attenuando stress e infiammazione; aumenta l’ossitocina, favorendo fiducia, legame e regolazione emotiva; contribuisce ad abbassare la frequenza cardiaca e la pressione arteriosa e migliora la tolleranza al dolore. Tutto questo non sostituisce una terapia, ma spesso ne rende possibile l’accettazione e la continuità.

Le evidenze, senza bisogno di trasformarle in un articolo scientifico, sono coerenti. Gli studi di psiconeuroimmunologia mostrano come il supporto fisico moduli la risposta allo stress, influenzi l’asse ipotalamo–ipofisi–surrene e migliori la resilienza emotiva. Nei pazienti oncologici questo si traduce in meno ansia, meno isolamento e in una migliore percezione della relazione di cura. In altre parole, un paziente meno solo affronta meglio anche la malattia.

È però necessario chiarire un punto delicato: l’abbraccio non è una violazione di confini. Non è automatico, non è imposto, non è uguale per tutti. È contestuale, reciproco, ascoltato. A volte non assume nemmeno la forma di un vero abbraccio, ma si manifesta in una mano appoggiata sulla spalla, in un momento di silenzio condiviso, nel restare seduti un minuto in più. Non è un gesto teatrale, ma una presenza consapevole.

Eppure, se guardiamo al sistema sanitario contemporaneo, l’abbraccio appare come un gesto clinicamente inefficiente. In un’organizzazione cronometrata, misurata, strutturata su DRG e KPI, l’abbraccio non è fatturabile, non è codificabile, non è auditabile. Di fatto, quindi, non esiste. E tuttavia tutti sappiamo riconoscere quando è mancato e nessuno dimentica quando c’è stato. Forse il problema non è che l’abbraccio sia scontato; forse è che non sappiamo più dove collocarlo.

L’abbraccio, del resto, non risolve. Non cambia la diagnosi, non riduce lo stadio di malattia, non migliora le curve di sopravvivenza. Ed è proprio per questo che conta. In oncologia tutto ciò che “risolve” prima o poi finisce; ciò che resta quando non c’è più nulla da fare è ciò che definisce davvero la cura. In questo senso l’abbraccio non è empatia: è resistenza alla fuga.

C’è infine un aspetto ancora più controcorrente. L’abbraccio non protegge il medico, ma lo espone. Rompe la distanza professionale, incrina l’illusione di controllo e ricorda che anche chi cura può essere toccato. È l’opposto del paternalismo: una rinuncia al ruolo, anche solo per un istante. Forse è per questo che oggi è così raro.

In oncologia, quando la medicina ha già fatto tutto, l’abbraccio è spesso ciò che resta.

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